IO. Stella del mattino: soglia e perdono

IO. Stella del mattino chiude sull’idea di soglia: tra cielo e terra, padre e figlia, peccato e risalita. Lucifero e Amalia cercano una seconda possibilità. Intervista alla scxrittrive Veronica Madia.

A febbraio parteciperà alla vetrina di Casa Sanremo Writers 2026 successivamente alla pubblicazione, IO. Stella del mattino (Independently published, settembre 2025, € 14,14) chiude sull’idea di soglia: tra cielo e terra, tra padre e figlia, tra peccato e possibilità di risalita. Lucifero parla di sé come “serafino spezzato”, mentre Amalia cerca una lingua per perdonare e perdonarsi.

Nel capitolo “Umano e mortale” l’angelo scopre dolore, vertigine, lingua che non risponde: quale fonte l’ha aiutata a rendere l’esperienza del corpo “nuovo”?

Mi sono affidata all’immedesimazione.Mi sono documentata sui sintomi di uno svenimento per rendere credibile la parte fisica, ma poi ho lasciato spazio alle emozioni: mi sono chiesta cosa sentirei io se, da essere immortale, mi trovassi improvvisamente intrappolata in un corpo fragile, che non risponde come vorrei.

L’epigrafe “Per aspera ad astra” è una promessa. In che misura riguarda Lucifero e in che misura Amalia?

Riguarda entrambi, ma in modi diversi. Lucifero affronta l’oscurità del suo animo e ne esce rinnovato, più consapevole e paradossalmente più luminoso. Amalia, invece, attraversa un buio totalmente umano, fatto di costrizioni e dolore, e trova la luce nella libertà, anche se attraverso una scelta estrema. Entrambi, a modo loro, tengono fede alla promessa dell’epigrafe: raggiungere le stelle passando per le asperità.

Nel romanzo il male ha un fascino “organizzato” (regole, procedure, voce suadente). Quale antidoto narrativo ha scelto per contrastarlo sulla pagina?

Questa è un’ottima domanda. Nel romanzo ho scelto di contrastare il fascino del male con la consapevolezza e con l’emozione. I personaggi imparano a guardare dentro se stessi, a riconoscere il buio senza rinnegarlo. Solo accettandolo trovano la forza di scegliere e in quella scelta, fragile ma autentica, risiede la loro salvezza.

La figura del Padre è insieme teologica e familiare. In quale passaggio ha voluto far toccare i due piani senza dichiararlo?

Nel romanzo i due piani, quello teologico e quello familiare, procedono sempre in parallelo: Lucifero parla di Lui come di un padre nel senso più intimo del termine, e allo stesso tempo ne riconosce l’essenza divina. C’è però un momento in cui questi livelli si toccano senza più distinzione: il loro colloquio diretto. In quell’istante, quando Lucifero si prostra ai Suoi piedi, il Creatore e il Genitore diventano un’unica figura. È il gesto di un figlio che riconosce chi l’ha “messo al mondo”, e al tempo stesso un atto di rispetto verso il potere della divinità. Lì, più che altrove, familiarità e teologia diventano un’unica cosa.

Dal punto di vista di costruzione: quale capitolo è nato per primo (Eden, 1978 Roma, Domus) e quale ha chiuso la stesura?

Generalmente, quando scrivo, seguo una scaletta lineare: so da cosa parto e so dove voglio arrivare. In questo caso, però, è stato diverso. Il primo capitolo che ho scritto è stato quello ambientato nella Domus. L’idea iniziale era un’altra, ma arrivata alla fine di quel capitolo una nuova intuizione, fulminea e più viva, ha preso il sopravvento e ha dato origine a quelli che oggi sono il primo, Eden, e il secondo, 1978 Roma. Da lì in poi la storia ha trovato il suo ritmo naturale, procedendo in modo lineare fino al capitolo conclusivo, che segna il ritorno di Lucifero come Stella del Mattino.

Se un lettore dovesse portare via una sola domanda dal libro, quale vorrebbe restasse: “cos’è la tentazione”, “che cos’è la libertà” oppure “chi merita una seconda possibilità”?

Vorrei che restasse la domanda “chi merita una seconda possibilità”, perché in fondo tutti, almeno una volta nella vita, speriamo di meritarne una: per ricominciare, per rimediare, o semplicemente per essere visti di nuovo con occhi diversi.

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