Omicidio di Mira. Appello di Diccap-Sulpm: “basta strumentalizzazioni sulla Polizia Locale”.

Nel dibattito pubblico di questi giorni, alimentato da fatti di cronaca tragici e complessi, si sta diffondendo una narrazione pericolosamente semplificata che rischia di far passare l’intera categoria della Polizia Locale come composta da soggetti potenzialmente instabili o da sottoporre a controlli straordinari e generalizzati sotto il profilo psicologico. È una rappresentazione ingiusta e fuorviante. Va chiarito innanzitutto un punto fondamentale: le visite mediche e psico-attitudinali sono legittime e necessarie, e nessuno mette in discussione l’importanza di strumenti di prevenzione seri, scientificamente fondati e rispettosi della persona. Tuttavia, altra cosa è utilizzare singoli episodi di cronaca come leva per rilanciare messaggi mediatici che finiscono per criminalizzare preventivamente migliaia di operatori che svolgono il proprio servizio con equilibrio, professionalità e senso di responsabilità.È opportuno ricordare che chiunque vesta una divisa in Italia, sia nel settore pubblico sia in quello privato della sicurezza, è già sottoposto a visita medica e psico-attitudinale al momento dell’accesso. Questo vale per la Polizia Locale, per le Forze di Polizia statali, per le Forze Armate e per la vigilanza privata. Non esistono categorie “senza controlli” né scorciatoie nell’accesso a ruoli che comportano responsabilità operative e, soprattutto, non esiste alcuna “zona franca” nella Polizia Locale, diversamente da quanto si vuol far credere.Va altrettanto ricordato, infatti, con la necessaria onestà intellettuale, che l’assetto attuale non rappresenta un’eccezione riservata alla Polizia Locale. Il modello basato sulla verifica dei requisiti psico-fisici in fase di accesso e sulla possibilità di interventi mirati in presenza di elementi concreti è comune all’intero comparto di chi svolge funzioni di sicurezza. Anche negli altri ambiti in cui si indossa una divisa, salvo qualche eccezione di reparto, il sistema non prevede controlli periodici generalizzati sulla permanenza dei requisiti, ma si fonda sulla responsabilità delle amministrazioni e sulla facoltà di attivare accertamenti quando emergano situazioni specifiche e documentabili. L’idea secondo cui un operatore di Polizia Locale, una volta superata la selezione iniziale, resterebbe “armato a vita” (fino al congedo) senza possibilità di intervento è inesatta. L’idoneità all’uso dell’arma non è un automatismo irreversibile: i datori di lavoro, i comandanti e i medici competenti dispongono già oggi di strumenti normativi e organizzativi per intervenire, qualora emergano elementi concreti, documentati e oggettivi. A titolo di esempio, il regolamento sulla disciplina dell’armamento della Polizia Locale di Venezia stabilisce già che il Comandante possa disporre l’invio a visita di idoneità del personale armato in presenza di un “ragionevole dubbio” circa il possesso dei requisiti psico-fisici, anche senza la necessità di motivare formalmente la decisione. Una previsione che consente di agire tempestivamente nei casi problematici, senza ricorrere a controlli generalizzati o a misure emergenziali dettate dall’emotività.

Diverso, e certamente condivisibile, è il tema del supporto psicologico, inteso come strumento di tutela del lavoratore e di prevenzione del disagio. Come DICCAP-SULPM (sindacato di categoria) abbiamo da tempo mantenuto acceso un riflettore su questo aspetto, contribuendo anche a una modifica della normativa regionale che oggi consente agli enti locali di stipulare convenzioni con le ULSS per il sostegno psicologico degli operatori. Il supporto, tuttavia, è efficace solo se strutturato, realmente accessibile, non stigmatizzante e inserito in un contesto di fiducia. Evocarlo sull’onda emotiva di tragedie, o utilizzarlo come risposta simbolica all’opinione pubblica, rischia invece di snaturarne la funzione, trasformandolo in una misura percepita come punitiva o sospettosa, con l’effetto paradossale di allontanare proprio chi dovrebbe esserne tutelato. Nel dibattito è emersa anche la proposta di lasciare l’arma di ordinanza in ufficio al termine del turno. Si tratta di una soluzione che condividiamo in termini di comodità organizzativa per gli operatori, soprattutto per evitare il trasporto dell’arma fuori servizio e per sollevarli da una responsabilità. Tuttavia, è necessario essere chiari: questa misura, da sola, non impedisce l’uso improprio dell’arma, né rappresenta una garanzia assoluta sul piano della sicurezza.Affinché tale scelta abbia una reale efficacia, sarebbe indispensabile l’istituzione di armerie adeguatamente strutturate, con procedure formali di consegna e riconsegna e con la presenza di personale incaricato in grado di verificare l’effettivo deposito dell’arma al termine di ogni turno. In assenza di questi presupposti, il rischio è quello di adottare misure solo apparenti, utili più sul piano comunicativo che su quello operativo. È però necessario evitare semplificazioni che riconducano automaticamente episodi di estrema gravità alla sola disponibilità dell’arma di ordinanza. Un fatto come l’omicidio di Mira, pur nella sua drammaticità, avrebbe potuto consumarsi anche in assenza dell’arma di servizio, a dimostrazione che il tema centrale non è lo strumento in sé, ma la capacità del sistema di intercettare e gestire situazioni di disagio prima che degenerino.Trasformare casi isolati in una rappresentazione generale significa colpire indiscriminatamente un’intera categoria, già sottoposta a carichi di lavoro elevati, carenze di organico, responsabilità crescenti e tutele spesso insufficienti. Così facendo non si aumenta la sicurezza, ma si mina la credibilità istituzionale e il rapporto di fiducia con i cittadini. Ogni riflessione seria deve partire da un presupposto non negoziabile: chi indossa una divisa non è un problema da sorvegliare, ma un lavoratore da rispettare e tutelare. Alimentare narrazioni che fanno apparire un’intera categoria come “da controllare perché potenzialmente instabile” non è prevenzione, ma una semplificazione pericolosa che non rende un buon servizio né alla sicurezza né alle istituzioni.

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