
La natura come punto di partenza, l’osservazione come metodo e la pittura come spazio di libertà. È questo il filo conduttore del percorso artistico di Paco Castaldi, protagonista della mostra allestita presso lo spazio espositivo di Itaca Colonia Creativa di Pomigliano, a cura di Simona Giglio e visitabile fino al 26 ottobre 2026.
L’inaugurazione ha registrato una grande partecipazione, trasformandosi in un momento di incontro e confronto intorno all’opera dell’artista. Un successo che ha confermato l’interesse del pubblico per una ricerca pittorica capace di partire dalla realtà per poi allontanarsene, alla ricerca non tanto della sua riproduzione quanto della sensazione che essa è in grado di generare. Il mare, il cielo, le barche, la luce e le onde diventano così elementi attraverso cui Castaldi costruisce una pittura sempre più essenziale, nella quale il colore e il gesto prendono il posto del dettaglio. Un percorso che nasce anche da esperienze apparentemente lontane tra loro — la fotografia e l’apicoltura — ma accomunate da una parola chiave: osservare. La mostra e l’intervista a Paco Castaldi sono a cura di Simona Giglio, che ha accompagnato il progetto espositivo e il dialogo con l’artista, mettendo in luce le diverse tappe di una ricerca costruita nel tempo tra natura, fotografia e pittura.
Abbiamo incontrato Paco Castaldi per parlare della sua formazione, del rapporto con la natura e della trasformazione del suo linguaggio pittorico.

Dalla fotografia all’apicoltura, fino alla pittura: il valore dell’osservazione
Il tuo percorso nasce da un rapporto molto profondo con la natura e passa attraverso la fotografia, l’esperienza dell’apicoltura e infine la pittura. Quanto hanno influito queste esperienze sulla tua identità artistica e sul modo in cui oggi guardi un soggetto?
Moltissimo, anche se probabilmente me ne sono reso conto solo dopo. Sono esperienze diverse, ma hanno tutte una cosa in comune: mi hanno insegnato a osservare. La fotografia mi ha insegnato a guardare la luce, le proporzioni, l’equilibrio di una scena, ma soprattutto a scegliere. Quando fotografi hai davanti tutta la realtà, però devi decidere cosa lasciare dentro e cosa lasciare fuori. E già quella è un’interpretazione. L’apicoltura mi ha insegnato qualcosa di diverso. Quando lavori con le api devi imparare a osservare senza avere la pretesa di controllare tutto. Devi capire quello che sta succedendo da piccoli segnali, rispettare dei tempi che non sono i tuoi. E soprattutto ti rendi conto di quanto sia complessa la natura anche quando, vista da fuori, sembra semplicissima. Credo che entrambe le esperienze siano finite inevitabilmente nella pittura. Oggi quando guardo un mare, una barca, un cielo o un’onda non vedo soltanto “un soggetto da dipingere”. Guardo le masse, le direzioni, la luce, i contrasti. Cerco di capire che cosa mi ha fatto fermare proprio davanti a quella scena.Forse la differenza fondamentale è questa: prima guardavo per riprodurre quello che vedevo. Oggi guardo soprattutto per capire che cosa vale la pena conservare di quello che vedo.

Quando la precisione diventa una gabbia
All’inizio della tua esperienza pittorica cercavi la massima precisione nella riproduzione della realtà, fino a vivere un vero conflitto tra rigore e libertà. Cosa è cambiato dentro di te quando hai scelto di abbandonare il pennello per la spatola?
All’inizio per me dipingere bene significava riuscire a riprodurre bene. Più il quadro somigliava alla realtà, più pensavo di aver fatto un buon lavoro. E questa cosa mi portava inevitabilmente a controllare tutto: il dettaglio, la linea, la forma.

Non più copiare la natura, ma restituirne la sensazione
Oggi, quando dipingi, cerchi ancora di rappresentare la natura oppure senti di voler raccontare soprattutto ciò che la natura suscita dentro di te? In altre parole: cosa vorresti che arrivasse a chi osserva una tua opera?
La natura rimane sempre il punto di partenza. Non credo che riuscirei a separarmene completamente, perché è proprio quello che vedo nel mare, nel cielo, nella luce che mi fa venire voglia di dipingere. Però oggi non mi interessa più copiarla. Una fotografia può già raccontare perfettamente com’è fatto un luogo. Se dipingo quella stessa scena devo aggiungere qualcos’altro, altrimenti non avrebbe molto senso. Quello che cerco è la sensazione che quella scena ha provocato in me. A volte è tranquillità, altre volte energia, altre ancora quella specie di silenzio che senti davanti al mare quando rimani semplicemente a guardarlo. E non vorrei nemmeno obbligare chi osserva un mio quadro a provare esattamente quello che ho provato io. Mi piacerebbe piuttosto che il quadro riuscisse a fermarlo per qualche secondo. Che gli facesse venire voglia di entrarci dentro, oppure che gli ricordasse qualcosa di suo. Credo che sia questa la cosa che oggi mi interessa maggiormente nella pittura. Un’opera estremamente precisa può lasciarti completamente indifferente, mentre a volte bastano pochi segni, apparentemente semplicissimi, per farti percepire un’intera scena. Se succede questo, se una persona guarda un mio quadro e per un momento non vede più soltanto del colore su una tela ma sente il mare, il vento, la luce o magari qualcosa che appartiene soltanto a lei, allora per me il quadro ha funzionato. Un invito a osservare.

La mostra di Paco Castaldi a Itaca Colonia Creativa di Pomigliano, a cura di Simona Giglio, si inserisce dunque in un percorso di ricerca nel quale la natura non viene semplicemente rappresentata, ma filtrata attraverso lo sguardo e l’esperienza personale dell’artista. Dalla precisione iniziale alla libertà del gesto, dal pennello alla spatola, il lavoro di Castaldi sembra seguire una direzione precisa: togliere il superfluo per lasciare spazio alla percezione. Le sue opere non chiedono necessariamente allo spettatore di riconoscere un luogo o una scena, ma di lasciarsi attraversare da ciò che quella scena può evocare. Il mare può diventare luce, movimento, silenzio; una barca può ridursi a pochi segni e continuare, proprio per questo, a raccontare un intero paesaggio. È in questo spazio tra ciò che si vede e ciò che si sente che la pittura di Paco Castaldi trova la propria dimensione più personale.
La mostra, a cura di Simona Giglio, è visitabile presso Itaca Colonia Creativa di Pomigliano fino al 26 ottobre. L’intervista all’artista è a cura di Simona Giglio.