Uomo di mezzo: un romanzo sul “dopo”

Uomo di mezzo mette al centro la domanda sul coraggio di non tornare indietro, con gesti di cura e una tensione emotiva che resta addosso. Intervista alla scrittrice Barbara Fabrizio.

Entra di diritto nella vetrina di Casa Sanremo Writers 2026, Uomo di mezzo. Eterno check in è anche un romanzo sul dopo: dopo la paura, dopo la bugia, dopo la tempesta. Le strade di Carmen ed Elías si incrociano con quelle di Marcos, mentre l’idea stessa di “casa” cambia volto. C’è una domanda che torna: quanto coraggio serve per non tornare indietro? Editore: SBS Edizioni. Anno: 2025. Prezzo: € 15.

Il titolo unisce “uomo di mezzo” ed “eterno check in”. Che cosa racconta di Marcos e che cosa dice, invece, del sentirsi sempre “di passaggio”?

 Questo titolo usa la figura di Elias, il gestore dell’hotel, come Uomo di mezzo, personaggio che assume il ruolo di custode e supervisore fra passato e presente, fra il prima e il dopo. Attraverso la frase Eterno check in, il sottotitolo suggerisce la ciclicità a cui è condannato il personaggio di Marcos, detective legato a un compito senza fine, costretto a dividersi fra dovere investigativo ed emotività. In questa esistenza ciclica la verità è spesso sfuggente, lasciandolo in un perenne stato di passaggio. Questa situazione è la metafora della solitudine contemporanea, della fluidità dei confini personali e sociali e della nostalgia per una stabilità che la società attuale sembra negare. Marcos è l’emblema dell’individuo odierno, sempre connesso e in movimento, ma profondamente sradicato.

Nel libro c’è un gesto di cura che vale più di molte parole. Qual è, e perché lo considera centrale?

Un gesto di cura che considero centrale è l’atto di Elias di cucinare personalmente la cena per i suoi due ospiti, rompendo la formalità del servizio alberghiero. Questo gesto risponde alla vulnerabilità degli ospiti con un riparo primordiale, dimostrando la cura in modo tangibile. L’atto crea un momento di stabilità, di “casa”, interrompendo la solitudine di tutti e tre i commensali. Un altro gesto significativo lo vediamo quando tutti decidono di salvare un cucciolo che vaga spaesato sotto la pioggia. Rappresenta un momento di respiro, l’occasione in cui i Carmen e Marcos, altrimenti intrappolati nelle loro dinamiche, agiscono in sintonia, mossi da un’empatia primaria.

L’ambientazione spagnola è molto presente. Che tipo di ricerche o esperienze personali l’hanno aiutata a renderla credibile sulla pagina?

Per rendere tutto credibile ho svolto approfondite ricerche e ho guardato sul web diversi video e documentari. Inoltre ho avuto modo di confrontarmi con chi ha vissuto in Spagna o ha viaggiato svariate volte in quei magnifici luoghi. Rio Alto, la località in cui ho collocato l’albergo, non esiste ma ho scelto La Sierra de Gredos come set perché la sua natura aspra e incontrollata amplifica la vulnerabilità di Carmen, facendone la cornice perfetta per un dramma dove l’uomo non ha più controllo sul proprio destino.

C’è una scena di paura che lei, da autrice, ha dovuto “proteggere” in fase di editing. Com’è cambiata tra prima stesura e versione finale?

Abbiamo fatto solo piccole correzioni formali, come refusi o dettagli stilistici, ma il nucleo emotivo e narrativo è rimasto intatto. È una scena molto forte, che tocca corde profonde e che speravo non venisse attenuata o razionalizzata. Senza entrare nei dettagli per non fare spoiler, posso dire che è un momento cruciale per la protagonista, in cui la percezione della realtà si incrina. È una scena che ho scritto con grande trasporto e sulla quale sono ritornata più volte. 

Nella sua bio in volume si intravedono interessi e percorsi non solo letterari. Quale esperienza personale è entrata di più nella scrittura di questo romanzo?

Questo romanzo nasce da un bisogno profondo di esplorare il concetto di passaggio, di confine tra ciò che è stato e ciò che sarà. Alcune esperienze personali, legate a momenti di cambiamento, di perdita, ma anche di rinascita, hanno sicuramente influenzato la scrittura. Non si tratta di episodi specifici, ma di emozioni vissute: il senso di smarrimento, la ricerca di un luogo sicuro, il desiderio di comprensione. L’hotel del romanzo è un simbolo di tutto questo. Inoltre, ho sempre avuto una forte attrazione per ciò che è invisibile, per le dimensioni che sfuggono alla logica, e questo ha trovato spazio naturale nella storia. Scrivere Uomo di mezzo. Eterno check in è stato anche un modo per dare forma a domande che porto dentro da tempo.

Se potesse incontrare Carmen un anno dopo la fine della storia, dove la immaginerebbe e cosa le direbbe?

La immaginerei in un luogo di quiete, come una radura, dove il tempo sembra rallentare. Sarebbe una donna diversa, più consapevole, più leggera. Carmen è un personaggio che ha attraversato un dolore profondo e il suo percorso è stato quello di riconoscere, accettare e trasformare. Un anno dopo sarebbe in grado di guardarsi indietro con tenerezza, senza più paura. Le direi che sono orgogliosa di lei per il coraggio che ha avuto di affrontare la verità, anche quando faceva male, che il suo dolore non è stato vano, che la sua forza sta nell’aver scelto di non restare ferma. E poi, forse, le chiederei scusa per tutto quello che ha dovuto attraversare, anche se era necessario. Infine, le direi grazie, per avermi permesso di raccontarla, per avermi insegnato che anche nel buio più profondo può nascere una forma di luce.

Anazon

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