Nel centenario dalla nascita, Marisa Merz è protagonista di una grande retrospettiva pensata in suo onore, allestita nel suggestivo contesto del Castello di Rivoli a Torino dal 29 ottobre 2026 al 4 aprile 2027, dal titolo “Marisa Merz. La danza delle ore”. L’esposizione altisonante include anche la Fondazione Merz e la GAM di Torino, sfociando in un progetto congiunto, che attraversa decenni di ricerca esaltando la natura sfuggente, lirica e profondamente personale della dimensione espressiva genialmente trasformista. Si possono ammirare disegni, sculture, installazioni, coinvolgendo il visitatore fruitore dentro uno strabiliante universo creativo, dove materia, tempo e spazio domestico si incontrano e si intrecciano in pura magia visionaria. La Merz è stata legata al filone dell’arte povera, ma al contempo ha sempre rivendicato e consolidato una posizione e un ruolo non riconducibili a una definizione di gruppo concepita in maniera statica e restrittiva, costruendosi una propria sfera comunicativa esclusiva. La sua affascinante e ricercata poetica dialettica è composta da apparizioni, silenzi e trasformazioni, che ne hanno contraddistinto l’evoluzione attenta e prodiga nella ricerca autonoma e indipendente, offrendoci la straordinaria sfumatura variegata di una proiezione sempre sospesa in perfetto bilanciamento tra concezione intima e intimista e prospettiva universale di visione. Le opere selezionate con cura sono canalizzate intorno all’idea e all’ideale concettuale di processo e trasformazione. La tematica principale è l’approccio della Merz verso la scelta precisa e la distribuzione mirata dei materiali compositivi, insieme alla specifica distintiva modalità di improntare e impostare le opere con un apparente disequilibrio, che poi si rivela invece un equilibrio alternativo ben calibrato, capace di fare emergere le potenzialità e le risorse recondite e nascoste di oggetti e materie. Le opere appaiono anche talvolta apparentemente effimere e nascono da un processo di continua costante evoluzione in divenire, fatta da variazioni e mutazioni sottili e velate, attraverso le quali la Merz si avvicina e si accosta all’essenza sostanziale precipua dei suoi soggetti per condividerla con l’osservatore spettatore. Su questa mostra celebrativa e sul valore di grande portata della Merz ha voluto esprimere alcune riflessioni l’artista creativo Daniel Mannini (www.danielmanniniart.it) attraverso alcune domande a tema rivolte dalla dottoressa Elena Gollini.

D: Un tuo commento su questa prestigiosa mostra retrospettiva, che festeggia simbolicamente i 100 anni dalla nascita della geniale trasformista Marisa Merz.
R: La mostra retrospettiva dedicata a Marisa Merz rappresenta un tributo fondamentale a una delle figure più innovative e influenti dell’arte contemporanea italiana. Celebrando simbolicamente il centenario della sua nascita, l’esposizione offre l’opportunità di riscoprire e apprezzare il suo percorso artistico, caratterizzato da un linguaggio originale che ha saputo coniugare materiali poveri, tecniche quotidiane e una profonda sensibilità poetica. Con la sua grande capacità di trasformare oggetti comuni in opere di introspezione e critica, ha aperto nuove strade nell’arte concettuale, lasciando un’impronta indelebile nel panorama artistico internazionale. Questa mostra non solo celebra la sua genialità e versatilità, ma invita anche a riflettere sul valore dell’arte come mezzo di espressione personale e di denuncia sociale, rendendo omaggio a una vera e propria pioniera della trasformazione artistica del secolo scorso.
D: A tuo parere, in che modo l’eredità artistica della Merz può influire positivamente come stimolo d’ispirazione per te e per gli altri creativi di nuova generazione?
R: L’eredità artistica della Merz, con la sua capacità di unire materiali trovati, tecniche di assemblaggio e un forte senso di sperimentazione, può rappresentare un’importante fonte di ispirazione per i creativi di nuova generazione. La sua pratica ci invita a guardare oltre il tradizionale, a considerare ogni oggetto come potenziale elemento di un’opera d’arte, promuovendo una mentalità di riuso, innovazione e attenzione ai dettagli quotidiani. La sua eredità artistica lascia spazio alla scoperta e all’imprevisto, proprio come Merz ha fatto con i materiali recuperati, riconoscendo il valore simbolico e culturale di elementi apparentemente banali o di uso comune, trasformandoli in veicoli di messaggi profondi e di una riflessione sui problemi sociali attraverso l’arte, senza avere la paura di sperimentare nuove combinazioni e di sfidare le convenzioni artistiche. In definitiva, può fungere da stimolo per creare opere che siano non solo visivamente potenti, ma anche cariche di significato, coinvolgendo il pubblico in una riflessione più ampia sul ruolo dell’arte nel mondo contemporaneo.

D: All’interno della variegata produzione della Merz, quale opera ti colpisce e ti conquisa maggiormente e perché?
R: Tra i suoi cicli di opere più celebri ammiro molto quella delle “Teste”, una serie di figure che sono sospese tra memoria, spiritualità e quotidiano. Opere con i volti femminili che sembrano appartenere all’arte medievale e alla dimensione del sogno. Una peculiarità di questi lavori è la contaminazione tra diverse tecniche differenti tra loro, passando dalla pittura al bronzo, rame, tessuti e piccoli elementi plastici che convivono sulla stessa superficie. Questo sicuramente mi conduce anche a una curiosità nell’alternare e sperimentare i diversi materiali, anche se nel mio percorso ho già provato una simile esperienza, dove i colori usati nell’astratto erano mischiati insieme ad altri materiali come gesso, sale e caffè. L’importanza del dare una corposità all’opera è un modo per renderla ancora più viva e trasmettere un maggior contatto tra l’occhio dello spettatore e il dipinto stesso.



