Il silenzio dell’Italia e la lezione del Marocco: la mano tesa del Re e la dignità della pace

Nel cinquantesimo anniversario della Marcia Verde, il Marocco si prepara a celebrare uno dei momenti più alti della propria storia moderna: una marcia pacifica, popolare, animata da fede e senso di appartenenza nazionale. Cinquant’anni dopo, quello spirito non è un ricordo da museo, ma una bussola viva che orienta la politica e la diplomazia del Regno.

Mentre il mondo sembra riscoprire il valore del dialogo e della cooperazione, il Marocco riafferma la sua visione: costruire la pace attraverso la legittimità, la pazienza e la fiducia, non con la forza o la propaganda. La recente risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che riconosce l’iniziativa marocchina di autonomia come unica via realistica e sostenibile, conferma una verità ormai consolidata: il Sahara marocchino non è più una questione aperta, ma una realtà politica, economica e sociale riconosciuta dalla comunità internazionale.

Le Province del Sud, un tempo viste come periferia, sono oggi un motore di crescita e integrazione regionale. Stati Uniti, Francia, Spagna, Gran Bretagna, Russia e Unione Europea hanno scelto di investire in queste aree, contribuendo a trasformarle in un crocevia strategico tra Maghreb, Sahel e Africa occidentale.
È il frutto di una visione di lungo periodo, quella inaugurata da Hassan II e proseguita con determinazione da Mohammed VI: una visione di pace, di equilibrio e di apertura verso l’altro.

Emblematica, in questo senso, la scelta del Re di rilanciare un dialogo fraterno con l’Algeria, invitandola a superare le vecchie diffidenze e a costruire un futuro di cooperazione e buon vicinato. Una posizione che riflette maturità e responsabilità: non l’arroganza di chi vuole vincere, ma la serenità di chi sa di avere ragione e preferisce convincere.

Questa “politica della mano tesa” è ormai il tratto distintivo della diplomazia marocchina. In un mondo segnato da conflitti, divisioni e nazionalismi, Rabat offre una lezione di equilibrio: la vera forza non sta nel gridare più forte, ma nel saper dialogare con fermezza e rispetto. È la forza di chi sa che la pace non si impone, si costruisce.

Eppure, in questo contesto di riconciliazione e maturità politica, l’Italia brilla per la sua assenza. Né il governo né l’opposizione hanno espresso una posizione chiara o un segnale di sostegno a un processo che riguarda direttamente la stabilità del Mediterraneo. Un silenzio imbarazzante, che tradisce una miopia diplomatica ormai cronica: Roma, che dovrebbe essere ponte naturale tra Europa e Nord Africa, si comporta come se il destino del Mediterraneo non la riguardasse più.

Ancora più sorprendente, e in parte sconcertante, è l’atteggiamento della CGIL. Il principale sindacato italiano, invece di concentrarsi sui problemi reali dei lavoratori — salari stagnanti, precarietà, sicurezza — ha scelto di spostare la propria attenzione su temi geopolitici che nulla hanno a che vedere con il suo mandato.
Dagli armamenti internazionali alla questione del Sahara, la CGIL sembra ormai più interessata a esprimere posizioni ideologiche che a difendere chi lavora.

E qui emerge un paradosso che non può passare inosservato: il sindacato che in Italia si oppone con tenacia all’autonomia differenziata, in nome dell’unità del Paese, all’estero arriva a sostenere, direttamente o indirettamente, movimenti che perseguono la separazione di una parte integrante di una nazione sovrana. Una contraddizione che mina la credibilità stessa di un’organizzazione che dovrebbe basare la propria forza sulla coerenza e sulla serietà.

La CGIL ha scelto di trasformarsi in un soggetto politico “a tutto campo”, dimenticando che la sua legittimità nasce dal lavoro, non dalla geopolitica. È legittimo avere una sensibilità internazionale, ma un sindacato che interviene su temi così complessi e lontani dai bisogni dei lavoratori rischia di perdere la propria identità.
Non si difendono i diritti con i comunicati sulla politica estera, ma con la contrattazione, la presenza nei luoghi di lavoro, la tutela dei più deboli.

Questo spostamento di focus rivela un malessere più profondo: la perdita di una missione. Quando un sindacato smette di essere la voce dei lavoratori e si fa megafono di battaglie ideologiche, smette di rappresentare e comincia a predicare. È il segnale di una deriva che allontana la CGIL dalle fabbriche, dagli uffici e dalle strade dove la precarietà e la povertà crescono ogni giorno.

Invece di occuparsi del Sahara o delle strategie delle Nazioni Unite, la CGIL dovrebbe guardare dentro i confini italiani: milioni di giovani senza prospettive, famiglie schiacciate dall’inflazione, contratti fermi, morti sul lavoro che non si fermano.
Tutto questo meriterebbe la voce ferma di un grande sindacato. Ma quella voce sembra essersi smarrita, coperta dal rumore di un attivismo internazionale che serve più a farsi notare che a cambiare le cose.

Mentre in Italia si moltiplicano le contraddizioni, il Marocco continua a dare l’esempio di una politica che unisce invece di dividere. La Marcia Verde di cinquant’anni fa fu un atto di coraggio civile, una marcia di popolo armato solo di fede e di bandiere. Oggi, quella marcia prosegue in una forma diversa ma altrettanto potente: è una marcia diplomatica, economica e morale, che avanza verso la stabilità, la crescita e la fratellanza regionale.

Il Regno del Marocco dimostra che la coesione è più forte della propaganda e che la sovranità non si difende gridando, ma costruendo.
Cinquant’anni dopo, il suo messaggio rimane intatto: la vera forza è la pace. E quella marcia, iniziata nel 1975, non si è mai fermata. Continua oggi, passo dopo passo, guidata dalla saggezza di un Re e dalla volontà di un popolo che crede nella dignità, nella stabilità e nella pace come destino

Marco Baratto

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