Sempre ritorni come l’onda è un autoritratto plurale tra scuola, cultura e poesia: Puglia e Piemonte si incontrano in una lingua concreta e sorprendente. Intervista al poeta Antonio Scommegna.
Selezionato per la vetrina di Casa Sanremo Writers 2026, Sempre ritorni come l’onda è anche un autoritratto plurale: l’insegnante che ha attraversato generazioni, l’operatore culturale, l’uomo delle due terre (Puglia e Piemonte) e il poeta che cerca una lingua capace di stare nella realtà senza rinunciare allo stupore. Editore: SBS Edizioni. Anno: 2025. Prezzo: € 15.
Quanto hanno contato l’insegnamento e il lavoro culturale nel modo in cui guarda le persone dentro le sue poesie?
L’insegnamento e il lavoro culturale hanno contato moltissimo e hanno inciso profondamente sul mio modo di guardare le persone, i loro pensieri, le loro curiosità e fragilità; mi hanno insegnato a guardare più a fondo e a coglierne le sfumature. L’aula, come i luoghi della cultura, è sempre stato uno spazio di ascolto e di scambio. La cultura non è mai stata distanza o teoria ma un modo per toccare l’anima altrui, per restituire in versi la complessità e la bellezza dell’umano.
Tra Puglia e Piemonte: quale paesaggio la sorprende ancora quando scrive, e in che modo entra nei versi?
Entrambi i paesaggi mi sorprendono ancora, ma in modi diversi. La Puglia è la mia radice: gli odori avvolgenti, la luce che abbaglia, il mare che respira lento,il sole che esplode. Quando scrivo, torna come una memoria carnale, un ritmo antico che scorre nei miei versi. Il Piemonte, invece, è il luogo della misura, delle nebbie che invitano a cercare dentro. È una terra che mi ha insegnato pazienza e delicatezza. Nei miei versi si incontrano così questi due mondi: il Sud che arde e il Nord che ascolta, la luce e l’ombra che insieme danno forma al mio modo di sentire.
Qual è stata la prima poesia della raccolta a “chiamare” le altre, e quale l’ultima che ha chiuso il cerchio?
La prima poesia a “chiamare” le altre è nata quasi per caso, in un momento di sofferenza. Non cercava di raccontare, ma di capire un’assenza che voleva farsi parola. Da lì è cominciato tutto: come se quella poesia avesse aperto una soglia, invitando le altre a uscire dal silenzio. L’ultima è giunta invece in punta di piedi, come la marea quando si ritira. È stata una chiusura naturale, che non voleva essere il cerchio di chiusura, ma restare ancora, per qualche cavillo, aperto al ritorno.
Nella biografia in volume emergono legami con poeti e centri culturali. Qual è l’incontro che le ha cambiato la scrittura?
Più che un singolo incontro, credo sia stata una costellazione di presenze a cambiare la mia scrittura. L’incontro con poeti che non mi hanno lasciato solo versi, ma un modo di guardare, la capacità di ascoltare, di capire che la parola non nasce per dire, ma per attraversare; così ho capito che la poesia non si scrive per aggiungere qualcosa al mondo, ma per togliere il superfluo, fino a raggiungere il nucleo essenziale di ciò che resta. Poi ci sono luoghi dove ho imparato che la voce di ognuno diventa importante quando si confronta con quella degli altri.
Da allora scrivere, per me, è un dialogo continuo: con chi c’è stato, con chi resta, con chi ancora deve arrivare.
Ha un rito semplice prima di mettersi a scrivere, o una regola che consiglia ai giovani?
Non ho un rito, se non quello del silenzio. Mi piace attendere che le parole arrivino da sole, come ospiti inattese. A volte bastano situazioni imprevedibili che aiutano a fissare il tempo. Ai giovani direi di imparare ad ascoltare. La poesia non nasce dal rumore, ma dall’attesa. E soprattutto, non temete il vuoto, perché è lì che le parole trovano la loro casa.
Se dovesse consegnare una dedica a chi leggerà il libro per la prima volta, quale frase sceglierebbe?
“A te, che tra queste parole riconosci un frammento che non sapevi di cercare.”
Ogni libro, in fondo, è un incontro: ciò che io ho scritto smette di appartenermi, e diventa un luogo dove qualcun altro può sostare, riconoscersi. Se un solo verso riuscisse a toccare quel punto invisibile in cui comincia l’ascolto, allora la dedica sarebbe già compiuta.


