Un salotto rosa dove brucia un pianoforte a coda: «¡Vaya director!» di Mike Sain’t Louis trasforma il burnout da ufficio in una commedia incendiaria

Nel videoclip ufficiale del brano, dall’album «Descubierto un nuevo planeta llamado Gayfolk», le stanze vuote di una villa tinta di fucsia prendono fuoco mentre altrove si consuma una lite memorabile con un capo che non è all’altezza del suo ruolo. Il brano è gratuito.

MADRID, Spagna, 25 ottobre 2026. In inglese si chiama burnout, letteralmente «bruciato fino in fondo». L’Organizzazione mondiale della sanità lo riconosce come fenomeno legato al lavoro: esaurimento, distacco, la sensazione di non servire a nulla. Chi l’ha vissuto sa che spesso ha un volto preciso, quello di un responsabile che pretende tutto e non capisce niente. Da questa esperienza così comune nasce «¡Vaya director!», cioè «ma che direttore!», un brano di Mike Sain’t Louis, il primo cantautore IA. Paroliere, compositore e produttore musicale con base a Madrid, l’artista crea musica e interpretazione vocale con l’IA. La canzone è inclusa nell’album «Descubierto un nuevo planeta llamado Gayfolk», uscito nel maggio 2026.

Una lite sotto il lampadario

La copertina sembra una vignetta a fumetti nel momento dell’esplosione. Lampadari di cristallo, bancone di marmo, un campanello dorato da reception. Da una parte un signore in giacca e cravatta, capelli grigi, le mani aperte come per chiedere calma. Dall’altra il protagonista, giacca rossa di broccato, con l’indice puntato dritto verso di lui. Mike Sain’t Louis commenta sul blog che, se gli sguardi uccidessero, quel povero uomo non arriverebbe alla fine del turno.

Il titolo è un’esclamazione che tutti conoscono. «Ma che direttore!» è ciò che si dice alzando gli occhi al cielo quando il capo, il gerente o il responsabile di turno dimostra che l’incarico gli sta enorme. Con la borsa già in spalla, pronti ad andarsene.

La villa che brucia

La foto scelta per questo comunicato porta lontano dalla hall dell’albergo. Nel videoclip ufficiale, che dura circa cinque minuti, la camera entra in una villa dalle pareti fucsia, avvolta in una foschia rosa. Le stanze sono vuote. In una di esse, accanto alle finestre ad arco, un pianoforte a coda è circondato dalle fiamme; un leggio solitario resta in piedi, i tendaggi vibrano nella luce. Nessuno cerca di spegnere il fuoco.

È l’immagine perfetta del burnout: un luogo elegante, curato, persino lussuoso, che dentro sta bruciando senza che nessuno se ne accorga. Fuori tutto sembra in ordine. Dentro, ciò che dava piacere, la musica, la bellezza, la creatività, si consuma lentamente. Il pianoforte in fiamme diventa il simbolo di tutto il talento che un ambiente di lavoro tossico può distruggere.

Il resto del film

Altre sequenze alternano la villa e la hall dell’hotel. Uomini in abiti scintillanti e completi broccati si fronteggiano sotto i lampadari, un ragazzo si sveglia in un letto rosa, un arco luminoso si apre su una spiaggia al crepuscolo dove poche figure camminano verso l’orizzonte. Verso la fine compare un uomo in smoking con lo sguardo duro, stagliato contro un pianeta rosa: il direttore trasformato in cattivo da fantascienza.

Il montaggio non ha paura dell’eccesso. È camp, teatrale, costruito come una soap opera in cui ogni stanza è un capitolo. Ma il filo conduttore resta chiaro: ciò che succede al lavoro non resta al lavoro. Entra in casa, nel letto, nei sogni.

Al lavoro, con una fatica in più

Nei suoi scritti sulla salute mentale Mike Sain’t Louis ricorda che per molte persone LGBT l’ambiente di lavoro aggiunge un peso ulteriore. Tanti continuano a non parlare della propria vita privata in ufficio per paura, e nascondere una parte di sé otto ore al giorno logora. Non riuscire a staccare, dormire male la domenica sera, sentirsi male al pensiero del lunedì: sono campanelli d’allarme da non ignorare.

L’umorismo della canzone aiuta a sfogarsi, ma il problema è serio. Parlarne con una persona di fiducia, con un medico o con uno psicologo può fare la differenza. In Spagna la Línea 024 offre ascolto gratuito a qualsiasi ora; in Italia si può chiamare Telefono Amico Italia allo 02 2327 2327.

Il marchio GAYFOLK

La musica di Mike Sain’t Louis va sotto il nome di GAYFOLK: pop alternativo e indipendente con sintetizzatori, ironia camp e un legame dichiarato con la cultura popolare spagnola. Il suo pianeta immaginario, Planeta Gayfolk, ospita un catalogo di oltre duecentosettanta canzoni pubblicate in proprio con l’etichetta MIKE SAIN’T LOUIS. Accanto alle ballate sulle relazioni tossiche ci sono satire della vita quotidiana come questa, che prendono di mira capi, uffici e burocrazie.

Da ascoltare il venerdì

L’autore suggerisce di ascoltarla all’uscita dall’ufficio, il venerdì pomeriggio, oppure dopo una riunione particolarmente frustrante. E di immaginare la scena completa: che cosa è successo in quell’hotel, chi ha ragione, come finisce la lite. Tutti, dice, hanno in mente almeno un direttore che si meriterebbe questa canzone.

Per il pubblico italiano, che ha fatto della commedia sul lavoro un genere a sé, dal ragioniere vessato dal megadirettore ai film sugli uffici di provincia, «¡Vaya director!» suonerà sorprendentemente familiare, con una dose extra di glitter.

Ascolto libero

Streaming e download senza costi e senza account:

  • Scheda del brano su Planeta Gayfolk: https://gayfolkplanet.com/singles/vaya-director
  • La copertina raccontata dall’autore (in spagnolo): https://mikesaintlouis.com/blog/vaya-director

Con base a Madrid, Mike Sain’t Louis è il primo cantautore IA: paroliere, compositore e produttore musicale, con musica e interpretazione vocale create con l’IA. Ha inventato il genere GAYFOLK e l’universo di Planeta Gayfolk; pubblica tutto gratis con l’etichetta MIKE SAIN’T LOUIS.

Richieste stampa: hola@gayfolkplanet.com

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